pbass71 Super Vip


Registrato: Mar 10, 2005 Messaggi: 507
Di dove sono: Veneto Padova (PD)

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Carissimi,
questo è un articolo preso dal CdS di ieri. Si riferisce a Gianfranco Ferrè.
Alla fine, in modo lieve, vi entriamo anche tutti noi..
Il resto, un ricordo allo stilista, se avrete la pazienza di leggere tutto. Ma ne vale la pena.
Un caro saluto,
leonardo
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Ci teneva ad essere chiamato lo stilista-architetto. Ma non per quella laurea che lui aveva e gli altri no. E' che il suo rapporto con lo spazio, con l'ambiente, con la vita, dunque con la moda era diverso. Non abiti, ma progetti. Interventi ragionati sulle forme. E lui era un grande osservatore. Silenzioso. Linee. Volumi. Proporzioni. Gianfranco Ferré era nato a Legnano, il 15 agosto del 1944. Famiglia alto borghese, buona educazione, modi gentili, disciplina e discrezione: «E soprattutto senso del dovere e della misura — raccontava sempre lui — che hanno determinato in modo sostanziale il mio modo di essere».
Parlava forbito, scriveva da poeta, disegnava da artista. Sin da ragazzino la passione per la progettualità, il tratto, la voglia di racchiudere lo spazio in armonie. Infanzia e adolescenze da bravo ragazzo. Poi il Politecnico e una laurea in architettura presa con grande coscienza del fatto di essere sulla strada giusta. Solo una deviazione, cammin facendo. Ma fondamentale: un viaggio in India. E poi un altro. E un altro ancora: «Senza quegli incontri con l'Oriente il mio stile non sarebbe stato mai quello che è stato. Semplicità opulenta, elementarità sfarzosa: di questo m'innamorai!». E ad ogni ritorno la voglia di progettare, realizzare, definire. Gioielli e cinture per le amiche. Sì, cominciò tutto così. E dopo gli accessori, gli abiti. Era il 1974, ristorante l'Elefante Bianco, via San Maurilio, Milano. Tavoli tondi, apparecchiati da Dio (guai il contrario!). Tanti amici, pochi giornalisti. Ma per lo stilista venuto da Legnano furono applausi e applausi. Le tirate, vennero dopo. Fossero tutte così: «Il giovane Ferré fa troppa avanguardia», scrissero. Beh, quale complimento più gradito per un architetto? Pezzi forti della collezioni: camicie bianche (che resteranno un must della creatività di Ferré) e abiti «comodi per il giorno e belli per la sera. Purché sempre gli stessi!», concetto rivoluzionario per quegli anni.
Quattro anni (1978) e nasce la Gianfranco Ferré. E da subito si capisce che all'architetto le mode non interessano. I camuffamenti neppure. Figurarsi le imposizioni. Personalità sarà sempre la sua parola chiave. Uomo e donna non hanno bisogno di sottostare a niente e nessuno. Così anche lui, per esempio. Disegnerà collezioni maschili (cominciò nel 1982) strong, anche pelle, jeans, chiodi, bomber... però mai Gianfranco Ferré senza il suo completo, giacca, panciotto, pochette. E poi i gemelli, la spilla... E quel profumo, Figus, sempre lo stesso, spruzzato sulla barba. Il tocco poetico. Immancabile, anche quello. Perché «vestire un uomo e una donna significa ragionare in termine di volumi, linee, proporzioni sullo spazio, ma la differenza è che l'elemento primario è il corpo umano che è un'entità in continuo movimento fisico e non solo». Emozione e fantasia, appunto. E sogno, se è possibile sognare. Nel 1986 Gianfranco Ferré si lancia nel suo: la couture. Massima espressione del senso sublime del lusso e dell'esclusività. Che all'architetto stilista piacevano. Non perché fosse uno snob, semplicemente quello era il suo karma. E sapeva anche essere terribile quando qualcosa non gli andava, quando gli equilibri erano rotti, quando la sciatteria, il pressappochismo, la banalità entravano nel suo raggio visivo. «Toh, la nostra provinciale!», era capace di dire all'ultima arrivata, una giovane cronista un po' goffa. Oppure «no, tu vai via che di modelle ne fai due!», alla signorina intercettata per caso nei back stage. E allo stesso tempo avere un cuore buono. Solo non gli andava di mostrarlo a tutti.
Nel 1989 Parigi lo chiama. E lui risponde. E per sette anni si dividerà con grande rigore e professionalità fra Milano e la ville Lumiere. E poi Legnano, la città che non ha mai abbandonato, e Stresa, il luogo della tranquillità dove sempre e comunque troverà rifugio nella bella villa vista lago. Parigi, si diceva. «Ogni momento di quegli anni è stato per me una lezione. Là in quelle sale mi sono sentito un direttore d'orchestra perché tutto doveva suonare all'unisono altrimenti l'opera non sarebbe nata!». Successi e premi: proprio nell'89 quello per la migliore collezione d'alta moda della stagione. Con grande umiltà e rispetto Ferré si tuffò nel mondo di Monsieur Dior. La Francia lo adorava per questo: «Per il nuovo qualcuno sta calpestando la tradizione. Io non lo farò mai», prometteva. E manteneva. Abiti di grande raffinatezza, ricercatezza e lavorazione. Terribilmente «alta moda» ma il tocco dell'architetto riportava ogni pezzo al suo contemporaneo: il taffetà stretch, più che il tailleur impeccabile di flanella lavorato denim e bordato di visone! Dopo di lui arrivarono i barbari, e calpestarono tutto. Ma questa è un'altra storia. E a Ferré non si riusciva a strappargliela neppure puntandogli una pistola alla tempia. Gli anni alla corte di Francia (primo italiano) non fecero che affinare il gusto per la personalizzazione (nell'atelier ogni abito è unico e per «quella» donna). Dopo con la Gianfranco Ferré saranno sempre di più collezioni fatte da capi apparentemente (nel prêt-à-porter il concetto non esiste) «unici» per la loro regalità, versatilità, lavorazione.
D'altronde l'uomo amava l'arte, la musica, i viaggi. E leggere. E la buona cucina. E il cioccolato. Il diabete, negli ultimi anni, gli aveva tolto uno dei massimi piaceri. Così qualche anno fa si tolse lo sfizio e per una grande pasticceria francese disegnò una torta griffata! I ricordi raccontano l'uomo. Nel 1998 gli entusiasmi di fanciullo per la ristrutturazione del castello: il palazzo Gondrand. L'architetto ha avuto il suo Lego, che ha spostato, cambiato, riassemblato, colorato. E nel nuovo quartiere generale Ferré ha fatto (2002) entrare pure un nuovo socio, l'Ittierre di Tonino Perna. L'anno dopo, per la prima volta, la malattia: un ictus, che lo aveva segnato. Ma non piegato. Quasi una rivincita, proprio in questi ultimi quattro anni le sue collezioni sono state fra le più applaudite, con il pubblico in piedi ad acclamarlo e non perché facesse tenerezza per quel modo titubante di incedere o parlare, ma perché erano tutte le volte lezioni di eleganza allo stato puro, sia che fosse una camicia bianca, sia la grande veste di taffettà drappeggiato con un unico spillone! Architetture, che ci mancheranno. |
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